Certo che di Franco Morini tutto si potrà dire ma non che faccia una ceramica commerciale, o banale, o neanche di facile gradimento. Per questa specie di orco irsuto e barbuto che denuncia chiaramente la sua diretta filiazione da quattro grandi maestri faentini – Augusto Betti per solidità della plastica, Panos Tsolakos per raffinatezza, Alfonso Leoni per spregiudicatezza e insofferenza verso la tradizione, Carlo Zauli per dimensione scultorea – la ceramica resta un qualcosa di primordiale, di selvaggio e naturale, che non va domato ma assecondato.
ìsi spiegano le steli ripiegate, ottenute con miscela di argille diverse («combattono tra loro — dice lo stesso Morini — e io le lascio fare») che in fase di essicazione manifestano un afflosciamento qua, un cedimento là, una lacerazione al bordo o una piega a metà, tutte cose che in ambiente accademico, o anche solo in contesti più normali, sarebbero cosiderate imperdonabilmente difettose.

Morini, in odio e in dileggio della tradizione, rifugge dalla retorica del «maestro che sa dominare terra, acqua e fuoco» (formuletta buona per accalappiare i turisti o per le manifestazioni di folkore), eppure, come pochissimi altri ceramisti faentini, si diverte ad adoperare argille sporche, contaminate, adulterate, per ottenere quel risultato ruvido e grumoso che ci fa pensare alla terra vera.
Certo, anche solo guardando il personaggio, da Morini non ci si può aspettare nulla di zuccheroso, di stucchevole, di rugiadoso. Morini facendo ceramica si diverte. Si diverte a tormentare con la forchetta o con qualsiasi altro corpo contundente i piatti appena foggiati dal tornio di Piero Garavini, si diverte a sperimentare impasti da grés e a cuocere a temperature diverse dal «normale», si diverte a giocare con gli smalti, che devono sbrodolare, macchiare, correre liberamente, sporcare. Si diverte ad utilizzare le sue consumatissime abilità tecniche trasferendo nella ceramica decorativa – che è squisitamente e nobilmente inutile – quei segreti che abitualmente manipola per le piastrelle, per gli smalti industriali, per le filiere produttive. Si diverte alla fine a sfornare quei contenitori per «olio aceto e merda», non per un malinteso gusto coprofilo, e neanche per scandalizzare i borghesi benpensanti. Ma per ricordarci che di terra, di scarto, di scorie, di merda, siamo fatti anche noi uomini.

Sandro Bassi

Le opere di Gian Franco Morini